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16 Agosto 2018 - 11:53

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La sua missione nella vita? Soccorrere il prossimo
Gianni Cesarini classe 1932, un ragazzino di 76 anni

Con Gianni Cesarini eravamo partiti per fare un’intervista che aveva come obiettivo la sua attuale attività di solidarietà in Africa, poi ha iniziato a parlare della sua vita, delle sue grandi esperienze, del suo aver vissuto le più grandi tragedie del nostro Paese, come protagonista impegnato a soccorrere, aiutare, dare conforto. Mentre parlava, mi sono accorto che le domande non servivano più. Gianni non stava parlando solo di sé, parlava di quel grande Paese solidale in cui viviamo, quello di cui non ci accorgiamo mai e che si rivela solo nelle tragedie: parlava di quegli uomini forti che arrivano come per miracolo, quando la speranza sembra abbandonarci. Era un delitto fermarlo, o tagliare il testo di questo che è diventato un racconto e come tale, abbastanza lungo. Pertanto lo inseriamo nel sito in due puntate, come si addice ad una avvincente e avventurosa storia.
1° PARTE - Dall’alluvione in Polesine alla guerra nella ex Jugoslavia
La mia attività, come soccorritore, è iniziata prestissimo nei primi anni 50, ero giovanissimo e andai volontario ad aiutare le popolazioni del Polesine, che affrontavano il dramma dell’Alluvione del Po. Nel 1966 ho cominciato come responsabile, guidavo una squadra della Provincia di Pesaro e Urbino a Firenze durante l’alluvione, che colpi fortemente, oltre le popolazioni, una parte importante del patrimonio culturale italiano. L’alluvione di Firenze é ricordata anche per la gran solidarietà che si manifestò con centinaia di giovani confluiti a Firenze per prestare il proprio aiuto, passati alla storia come gli “Angeli del fango”. Di quell’evento voglio raccontare un episodio curioso, premettendo che allora ero abbastanza sanguigno, per non dire di peggio. Uno dei primi pomeriggi di presenza vidi un operaio con un grande mezzo che stava lavorando in maniera maldestra, distruggendo i marciapiedi ed ogni altra cosa che incontrava nel suo passaggio. Mi arrabbiai molto quando, mentre stavo imprecando, arrivò un vecchietto, il quale mi chiese perché me la prendevo con quell’uomo che, a suo dire, stava facendo il suo lavoro. Non ci ho visto più, ho preso il vecchietto in braccio e l’ho portato dall’altra parte della strada, superando 30 cm d'acqua e fango. Dopo 10 minuti arrivarono due vigili che mi dissero:" Il sindaco vuole vederla"; mi preoccupai, pensando tra me e me, “Che cavolo vorrà il sindaco?”. Arrivai dal sindaco e con mia grande sorpresa vidi il vecchietto con cui avevo avuto la discussione, quella persona era Bargellini, sindaco di Firenze.
Il sindaco era incuriosito, voleva sapere la mia opinione sul lavoro da fare per la città e, alla fine della discussione, mi chiese se volevo prendere la direzione dei soccorsi. Non me la sentivo e respinsi l'offerta; feci, però una proposta che fu considerata molto interessante, proposi di dividere Firenze in una scacchiera, ogni gruppo d’intervento si prendeva un rettangolo e la sera ci si vedeva per fare il punto della situazione. La zona che toccò a me era importante, una parte di Piazza della Signoria e tutto il Museo degli Uffizi. La nostra attività durò oltre 40 giorni e, alla fine, il sovrintendente dei giardini di Firenze, dove avevamo la base operativa, mi dedicò un suo libro dal nome evocativo “Firenze Anno Zero.”
Dopo questa esperienza nacque l’idea di strutturare la protezione civile provinciale. Allora il Presidente della Provincia era Angelini. Organizzammo un convegno sulla Protezione Civile dove emerse la convinzione che una struttura di pronto intervento, in caso di calamità, deve essere capace di affrontare le situazioni d’emergenza, con un buon grado di autonoma d’intervento, non deve aver bisogno d’aiuti esterni. Cosi ci organizzammo, fummo subito messi alla prova: la nostra unità fu subito impegnata nel terremoto d’Ancona, poi in quello di Ascoli, poi un nuovo terremoto in Ancona. In tutti questi casi il nostro servizio fu protagonista per capacità operativa. Poi ci fu, purtroppo, il gravissimo terremoto del Friuli e noi partecipammo con la nostra struttura; dovetti all’inizio anche discutere perchè volevano distribuire i nostri mezzi nel territorio, negando il principio fondamentale che è la completezza della struttura operativa a far raggiungere i migliori risultati. Alla fine capirono e la nostra squadra risultò tra le più efficienti.
Da tutte queste esperienze ho rafforzato la mia convinzione che, nei casi d’emergenza, molte volte lo spirito del volontario, positivo sotto l’aspetto della solidarietà, diventa difficile da gestire operativamente, perchè gente senza conoscenze tecniche specifiche, senza mezzi, il più delle volte diventa un peso, per le squadre d’intervento che, oltre ad aiutare le persone vittime della disgrazia, devono spesso aiutare anche volontari.
Il terremoto del Friuli segnò un fatto straordinario nel nostro Paese, perché fu la prima volta che una buona organizzazione e una certa capacità permise dei risultati notevoli in tempi brevi. Mi piace ricordare il merito dell’allora Commissario Straordinario della Protezione Civile, Zamberletti, con il quale ho avuto un ottimo rapporto di collaborazione.
Dopo il Friuli potenziammo ulteriormente la nostra struttura operativa. L'idea vincente fu quella di utilizzare il mezzo mobile anche in periodi non d’emergenza, in attività connesse magari a fatti ricreativi; allora realizzammo il lago d’Andreuccio dove organizzavamo campeggi e altre iniziative ludiche, l’importante era avere il personale sempre attivo, pronto, mobilitato per un’eventuale chiamata.
La chiamata arrivò?
Si, una sera del Novembre 1980, una scossa impressionante di terremoto sconvolse l’Irpinia: una distruzione immane, decine di paesi rasi al suolo, palazzi e case caduti come carta pesta, migliaia e migliaia di morti. Fui immediatamente allertato e mi fu chiesto in quanto tempo ero in condizione di partire. Risposi che nella tarda mattina successiva ero in condizione, con tutti i mezzi carichi, i pieni fatti, le autoambulanze al seguito e tutto quanto occorreva. Non era ancora arrivata la destinazione, ma partimmo ugualmente su indicazione del dottor. Mandelli allora dirigente che, assumendosi una notevole responsabilità, ci disse: ” Partite, poi strada facendo vi daremo le istruzioni per la destinazione”.
Verso Foggia, ci arrivò l’indicazione di andare a Nocera Inferiore. Abbiamo tirato fuori la carta per capire dov’era e ci avviammo in quella direzione. Dalla radio, però, le notizie che arrivavano dicevano che Nocera Inferiore non era stata molto colpita, questo ci provocò un pò di indecisione in quanto le situazioni drammatiche venivano segnalate dalla radio in altre zone, la sensazione era di non venir utilizzati al meglio. Ci siamo fermati con la colonna ad un distributore e, mentre eravamo fermi con tutta la colonna, è arrivata una macchina della polizia che si è fermata. Tra i ragazzi della macchina c'era uno che abitava a Sant'Angelo dei Lombardi, sembrava abbastanza tranquillo. A Sant'Angelo aveva moglie e figli, ma, ascoltando la radio con noi, comprese che la situazione era ben diversa da quello che pensava: il suo paese purtroppo era nell’epicentro del sisma.
Il poliziotto ci chiese in maniera accorata di andare verso Sant'Angelo dei Lombardi, dove ancora i soccorsi erano scarsi. Noi, disattendendo le indicazioni, prendemmo quella direzione fino ad un centro di raccolta prossimo all’epicentro. Ci fermammo, esponemmo la situazione e si prese la decisione di andare a verificare con il nostro fuoristrada, scortato dalla macchina della polizia, lo stato delle cose. Più mi avvicinavo a quella zona più mi accorgevo che il disastro era enorme, quando arrivai al primo tornante sopra Sant'Angelo dei Lombardi, mi resi conto che definire tragica la situazione era estremamente riduttivo: il paese non esisteva più, era tutto crollato, c’erano solo macerie e, non lo nascondo, mi misi a piangere nel vedere le persone superstiti, che si muovevano come formiche in mezzo a quella desolazione senza una meta precisa.
A Sant'Angelo dei Lombardi era solamente presente un reparto del gruppo Celere di Roma, comandato dal colonnello Checco, che non aveva mezzi speciali e che aveva solo presidiato la zona, per cercare di evitare saccheggi. L’unico mezzo presente era una gru, arrivata non si sa come da Pisa, che però s’inclinò al primo lavoro affrontato, per le scarse conoscenze degli operatori. Pertanto, arrivata la nostra squadra, dovemmo dare soccorso anche all'unico mezzo presente fino a quel momento a Sant'Angelo dei Lombardi.
Il colonnello Checco mi invitò a prendere in mano la situazione, perché lì non c'era più nessuno in condizione di farlo: il parroco del paese, che era una personalità, era morto, così come il sindaco ed il comandante dei carabinieri. Non c'era più nessun riferimento istituzionale, così mi assunsi tale responsabilità, usai il sistema solito, quello che avevo indicato anche a Firenze, divisi il Paese in una scacchiera in modo che così si identificavano le varie zone.
A Sant'Angelo dei Lombardi, solo noi demmo sepoltura a 643 persone, i feriti furono oltre un migliaio, in un Paese che prima del terremoto contava circa 2.500 abitanti, riuscimmo a salvare diverse decine di persone. Mi trovai nella situazione di assumere decisioni piuttosto impegnative e sofferte, senza avere l'ausilio di niente e di nessuno.
Il nostro centro mobile progettato per fare 400 pasti, arrivò in poco tempo a farne 3500 di media, fino ad un massimo di 4000 pasti.
Il nostro gruppo è stato a Sant’Angelo oltre tre mesi, io sono stato sei mesi, perché poi ho partecipato anche ai primi lavori del dopo terremoto.
In queste vicende c’è sempre un’aspetto carico di drammaticità, quasi mai si è in condizione di dare aiuto a tutti, devi fare delle scelte e questo significa soccorrere una persona al posto di un'altra, salvare la vita di un bambino e perdere magari un anziano. Io a Sant’Angelo ero costretto a girare sempre scortato da un poliziotto, perchè le persone ti amano se corri in soccorso di un congiunto, ma ti odiano se non lo fai. Ho sempre adottato un principio: mi facevo descrivere la situazione e valutavo le probabilità di salvare delle vite; è su questa base che sceglievo, a parità di condizioni, il bambino veniva prima della persona anziana. Questa condizione è angosciante e non finisci mai di interrogarti se hai fatto la cosa giusta, oppure no, e il rimorso di non essere riuscito a salvarne altri ti accompagna sempre. Recentemente, quando siamo ritornati giù per una manifestazione, mi sono sentito in dovere di chiedere scusa ad alcune persone, perché non avevo fatto quanto loro si aspettavano da me. Il sollievo che ho avuto è stato quello di essere stato capito; addirittura un signore, a cui non avevo salvato il figlio, mi ha invitato a cena a casa sua.
L'esperienza di Sant'Angelo dei Lombardi è stata un'esperienza che mi ha insegnato molto, sia sul piano operativo che su quello umano.
L’ultima mia esperienza operativa è stata quella del soccorso per la guerra nella ex Jugoslavia.Sono stato sia in Serbia che, poi in seguito, in Croazia, dove ho ricevuto un riconoscimento dal governo Croato, che mi ha consegnato un’antica onorificenza che ha origine nei tempi delle crociate. Il racconto proseguirà nelle prossime settimane.
 

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