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18 Dicembre 2017 - 07:50

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POESIE E RACCONTI
Rubrica periodica di poesie e racconti curata da TOBEZ
 
Dalla parte dei Poeti
La cosa più difficile, come ho già detto, è iniziare. Questa sera è una di quelle sere che non sai bene quale sia il modo o forse il verso migliore per incominciare. Allora sono qui che “cazzeggio” un po’ in internet. Cerco e ascolto video musicali, entro nei siti, leggo qualcosa e sbircio nei blog. Vorrei riallacciarmi a quella poesia che ho trovato quando ho aperto per la prima volta questa rubrica, quella di Salvatore Quasimodo per intenderci. Cerco un aggancio coi poeti ermetici e inevitabilmente non posso non pensare a Mattina.

Di Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

Mattina

“M’illumino d’immenso”


Bella. Tutti l’abbiamo studiata a scuola ed apprezzata se non altro per la sua brevità. Ci abbiamo riso sopra: “Chissà che bolletta gli è arrivata!!!”

Ma la ricordiamo ancora e non possiamo non immaginare di aprire una finestra e ritrovarci di fronte ad un’esplosione di sole e di luce, in fondo di gioia, ad un’esplosione visiva che il poeta ha voluto regalarci. Con una semplicità sorprendente e con due sole parole è riuscito ad esprimere un concetto di dimensioni infinite.

Chissà qual è stato l’intreccio dei suoi pensieri quando ha composto questi versi? E quale sarà l’intreccio per noi che leggiamo? Personalmente mi lascio prendere, mi immedesimo, vago nei meandri dei ricordi, delle immagini, rifletto, penso. Ed è così che, come in un domino, tutto si tocca e tutto ritorna, tutto è confronto. Questo è anche il senso che vorrei dare a questa rubrica: il confronto. Non voglio pensarla come qualcosa di statico, non posso copiare una poesia o una prosa e lasciarla ferma lì, fine a se stessa. È l’interagire ed il confrontarsi che determina il movimento e l’evoluzione. Forse non sarà questo uno spazio letto da molti. Siamo troppo immersi in questo mondo dove tutto è frettoloso, frenetico, stressante; dove l’apparire supera l’essere, dove riusciamo a concedere poco anche a noi stessi. Ma se anche solo una persona avesse voglia di confrontarsi e poi dopo quella un’altra e poi un’altra ancora, potremmo dare movimento a queste pagine, animarle.
Non siamo in fondo un popolo di navigatori poeti e santi? In tanti si dilettano a scrivere. Ecco mandate le vostre cose alla redazione e qui saranno pubblicate. Abbiamo toccato con la poesia di Quasimodo il tema della solitudine e con questa di Ungaretti quello di saper gioire ed apprezzare le piccole cose anche in un momento bruttissimo come fu quello della guerra. Scrivete al nostro blog, mandateci i vostri pensieri, le vostre riflessioni; fateci domande, esprimete curiosità tutto sarà molto gradito. E per concludere questa sera vorrei lasciarvi con una poesia bellissima, quella che io chiamo la Poesia.
Buona lettura
Tobez

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Di Pablo Neruda

Da 20 sonetti e una canzone disperata

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Scrivere, per esempio, “La notte è stellata,
e tremano, azzurri, gli astri in lontananza”.

E il vento della notte gira nel cielo e canta.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Io l’ho amata e a volte anche lei mi amava.

In notti come questa l’ho tenuta fra le braccia.
L’ho baciata tante volte sotto il cielo infinito.

Lei mi ha amato e a volte anch’io l’amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Pensare che non l’ho più. Sentire che l’ho persa.

Sentire la notte immensa, ancor più immensa senza di lei.
E il verso scende sull’anima come la rugiada sul prato.

Poco importa che il mio amore non abbia saputo fermarla.
La notte è stellata e lei non è con me.

Questo è tutto. Lontano, qualcuno canta.
Lontano.
La mia anima non si rassegna di averla persa.

Come per avvicinarla, il mio sguardo la cerca.
Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.

La stessa notte che sbianca gli stessi alberi.
Noi, quelli d’allora, già non siamo gli stessi.

Io non l’amo più è vero, ma quanto l’ho amata.
La mia voce cercava il vento per arrivare alle sue orecchie.

D’un altro. Sarà d’un altro. Come prima dei miei baci.
La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.

Ormai non l’amo più, è vero, ma forse l’amo ancora.
È così breve l’amore e così lungo l’oblio.

E siccome in notti come questa l’ho tenuta fra le braccia,
la mia anima non si rassegna d’averla persa.

Benché questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa,
e questi gli ultimi versi che io le scrivo


rubrica di poesia
Rubrica periodica di Tobez

Come iniziare a scrivere in questa rubrica? Mentre pensavo come incominciare, sembrava tutto più semplice e le frasi mi scorrevano lineari in testa tanto da compiacermi con me stessa. La tastiera invece un po’ mi blocca e vorrei chiarire subito che non mi sento molto preparata ad affondare discorsi di poesia e prosa. Ma allora perché sono qui? Semplice. Unicamente per una passione che mi porto dentro. Sì, a me piace leggere e certe poesie mi toccano il cuore.
A tutti penso sia capitato di provare delle emozioni alla lettura di qualcosa che ci tocca, di qualcosa di “bello” e leggere non significa solo scorrere con gli occhi ciò che troviamo di scritto, ma vedere trasformare in immagini, suoni, colori e profumi ciò che noi stiamo comprendendo. Come non possiamo non vedere se leggiamo “…..piove sulle tamerici salmastre ed arse, piove sui pini scagliosi ed irti, piove sui mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti,….” una pineta vicino al mare? Come non immaginarla col grigio di una giornata di pioggia, col profumo di terra riarsa e bagnata, col ticchettio dell’acqua che scivola su ogni pianta, arbusto e cespuglio?
O come non possiamo soffermarci a pensare al significato di “….come può uno scoglio arginare il mare…...” uno scoglio. Un blocco di roccia, fermo, statico, ma pur sempre piccolo di fronte alla grandezza del mare, all’immensità di un’imponente massa d’acqua in continuo movimento. E come ancora non emozionarci con “……sentire la notte immensa, ancor più immensa senza lei. E il verso scende sull’anima come la rugiada sul prato…”
Sentire la notte immensa……..a volte ancora mi stupisco della semplicità e allo stesso tempo della grandezza di alcuni versi che mi fanno pensare e scatenare l’immaginario.
Ecco perché mi piace la poesia, e c’è tanta poesia che potremmo apprezzare saltando dai poeti classici ai contemporanei fino ad arrivare a molti cantautori che hanno fatto la storia della nostra musica, ed è anche per questo che sono qui a parlarne nonostante la mia ignoranza. Sono qui a scoprire di tanto in tanto, insieme a voi, piccoli momenti, piccole emozioni, piccole carezze dell’anima.

Trovo nell’unica pagina di questa rubrica una poesia. Una bella poesia. Se ne sta tutta sola soletta. Senza titolo. Senza autore.
È una delle più belle poesie della prima metà del novecento.

di Salvatore Quasimodo

Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuore della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera

Tre versi ad esprimerci un concetto profondo: la solitudine del singolo individuo e la solitudine dell’umanità intera, ad esprimere il pensiero pessimista dell’autore dove il raggio di sole che trafigge e svanisce è una gioia passeggera della vita, data dagli affetti, prima della morte.
Salvatore Quasimodo poeta siciliano(1901-1968) ricevette il 10 dicembre 1959 a Stoccolma il premio Nobel per le letteratura.

Ho pensato a lungo quale opera poetica avrei potuto proporre in questa rubrica per la prima volta e me ne sono venute in mente tante, tantissime, senza tralasciarne una che a me piace in modo particolare e che io chiamo la poesia per antonomasia, ma ho deciso, anche dopo aver letto i versi così tristi e pragmatici di Quasimodo, di inserire un brano di prosa.
Un brano che non si legge, ma che si vede.
Un brano nel quale credo che ogni donna possa in qualche modo riconoscersi ed ogni uomo possa ritrovarvi la propria compagna, moglie o figlia.
Buona lettura a tutti.
Tobez

Le parole di una di Alcatraz, Paoletta.

Donne in rinascita

Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa più meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita. Quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la caduta. Che uno dice: è finita. No, finita mai per una donna. Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole. Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina anti-uomo che ti fa la morte o la malattia. Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l’esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è un esame, peggio che a scuola. Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà deciderai se sei all’altezza o se ti devi condannare. Così ogni giorno, e questo noviziato non finisce mai. E sei tu che lo fai durare. Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo; che sei terrorizzata che una storia ti tolga l’aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno s’infiltri nella tua vita. Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri come un cane. Sei stanca: c’è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che vuoi cambiare tu per tenertelo stretto. E così stai coltivando la solitudine dentro casa.

Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre: -“io sto bene così. Sto bene così. Sto meglio così.”

E il cielo si abbassa di un altro palmo.

Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere,ci hai abitato Natali e Pasqua. In quell’uomo ci hai buttato dentro l’anima ed è passato tanto tempo, e ce ne hai buttata talmente tanta di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro allo specchio perché non sai più chi sei diventata.

Comunque sia andata ora sei qui e so che c’è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento. Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine.
Ed è stata crisi, e hai pianto. Dio quanto piangete! Avete una sorgente d’acqua nello stomaco. Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino. Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo. E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l’aria buia t’asciugasse le guance? E poi hai scavato, hai parlato, quanto parlate, ragazze! Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia senso al tuo dolore.

-“Perché faccio così? Com’è che ripeto sempre lo stesso schema? Sono forse pazza?”
Se lo sono chieste tutte.

E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia, a due, a quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli. Un puzzle inestricabile. Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi? È da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai. Perché una donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti. Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova te. Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa. Non puoi più essere quella di prima. Prima della ruspa. Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente. Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel: parte piano, bisogna insistere, ma quando va, è un’avventura ricostruire se stessi. La più grande. Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende o dal taglio di capelli.

Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo “sono nuova” con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo. Perché tutti devono vedere e capire: “Attenti: il cantiere è aperto, stiamo lavorando per voi. Ma soprattutto per noi stesse”.

Più delle albe, più del sole. Una donna in rinascita è la più grande meraviglia.
Per chi la incontra e per se stessa.

È la primavera a Novembre. Quando meno te lo aspetti………………………

Jack Folla

 
SETTIMANA DI VALLEFOGLIA

A cura di Stefano Gattoni
Assessore comunale alla Pianificazione Territoriale





Stefano Gattoni racconta Vallefoglia
FIUME FOGLIA: ALLUVIONI E RISCHI AMBIENTALI


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